sabato 21 marzo 2009

I PRIMI QUATTORDICI GIORNI

di Marcello Sordo, Gaza

Credo conclusa la prima fase di permanenza a Gaza. Già mi sentivo a casa, affacciato sul Mediterraneo, dal principio, ma ora mi sento perfettamente inserito nel contesto sociale e umano.

Questi primi quattordici giorni sono stati scanditi dal lavoro al Pronto Soccorso di Al Awda, iniziato a due giorni dal mio arrivo, dalle otto alle quattordici, dai molti incontri istituzionali, con varie agenzie delle Nazioni Unite, l'Organizzazione Mondiale della Salute, il Municipio, Ministeri, Associazioni varie, Centri Culturali, Ambulatori, Medici, ONG e tutto ciò che potesse essere utile per avviare un intervento di ordine sanitario da parte dell'Associazione.

E' stato spesso utile accompagnare la delegazione medica, con la quale ero arrivato, in questi incontri e lo scambio di idee e di differenti punti di vista professionali, che hanno sviluppato tre differenti percorsi: di salute mentale sui disordini da stress post bellico, di Salute Pubblica e Medicina di Base e, infine, di formazione in ambito ospedaliero, di cui personalmente mi sto occupando.

Per il resto era un rincorrere connessioni internet in giro per i dedali sterminati di Gaza City (un' impresa imparare a orientarsi senza ausilio di cartine, che qua non esistono) per mantenere la rete con i compagni a Genova, visto che le comunicazioni sono state danneggiate pesantemente dai bombardamenti, in particolare nell'area nord di Jabalya, dove risiedo all'interno dell'ospedale.

Spesso mi sono anche trattenuto quassù in ospedale, con medici e colleghi, per non affrontare il lungo viaggio, mezz'ora di taxi, che mi separa da Gaza City, rintanato nell'estrema periferia, sull'alta collina a ridosso del poverissimo Campo Profughi di Jabalya.

L'ospedale non ha più feriti della guerra, essendo specializzato in chirurgia elettiva, ginecologia e neonatologia e, da quando sono arrivato, ho solo visto un caso di un bambino di tre anni, Mousa Suleman, con un'ustione di primo grado a un piede da fosforo bianco avvenuta due giorni prima, mentre camminava in un campo. A trentotto giorni dalla fine dell'aggressione il fosforo brucia ancora sotto la terra e rappresenta un pericolo.

Ora la connessione a nord di Gaza è stata ripristinata e scrivo dagli uffici dell'ospedale, da cui godo una vista incantevole su tutta la città sterminata. Laggiù, a nord ovest, un brulichio di luci rivela l'opulenza e l'energia priva di parsimonia di Israele e il pericolo. Alcuni giorni fa, da queste finestre, un collega mi informava dell'esistenza di una zona “gialla” mortale in territorio palestinese, profonda due chilometri lungo il confine,, dove l'esercito israeliano ha raso al suolo ogni casa e distrutto ogni coltura durante l'invasione e dove i cecchini sparano a vista a chiunque la penetri. Allora mi ricorda della notizia di qualche settimana fa di una delegazione governativa francese che, forse imprudente, era diventata bersaglio in quella striscia di terra. Tra muri, colonie e poligoni di tiro il furto di terre palestinese rimane lo sport nazionale di parte sionista.

Da domani inizierò, con più calma, a dedicarmi a un aspetto più sociale e umano di testimonianza, per capire cosa abbiano rappresentato gli orribili ventidue giorni di distruzione e morte per bambini, donne e uomini di un paese straordinario che si chiama Palestina.

martedì 17 marzo 2009

ALCUNI DATI SIGNIFICATIVI


I dati che state per leggere sono stati raccolti dall’Autorita’ Nazionale Palestinese, da agenzie delle Nazioni Unite, dalla Commissione Europea, dalla Banca Mondiale e altre istituzioni. Sono meri numeri, difficili da certificare. C’e’ chi sostiene siano sottostimati, c’e’ chi li considera invece i piu’ attendibili, visti gli organismi coinvolti.
Forse sono un po’ troppo di parte, ma potrebbero aiutare comunque a formarsi un’opinione.

In 22 giorni di attacco ci sono stati 1314 morti, di cui 417 bambini e 108 donne. Piu’ di 5380 feriti, inclusi 1872 bambini e circa 800 donne.

Piu’ di 100000 persone sono state sfollate e piu’ di 15000 abitazioni sono state rase al suolo o danneggiate.

Molte infrastrutture sono state danneggiate: che fossero gestite dai comuni, dallo stato o delle Nazioni Unite non ha fatto alcuna differenza.

Sono stati uccisi in servizio 16 sanitari e feriti 25. 5 ospedali, 41 poliambulatori e 29 ambulanze non esistono piu’.

164 studenti e 12 insegnanti uccisi. 454 studenti e 5 insegnanti feriti. 180 scuole su 407, tra pubbliche e private, sono state comunque danneggiate dal conflitto.
8 scuole pubbliche e 2 private sono state distrutte.
156 scuole pubbliche e 12 private seriamente danneggiate.
5 asili totalmente distrutti e 60 parzialmente danneggiati
7 tra universita’ e college sono stati colpiti, con 6 edifici rasi al suolo e 16 parzialmente danneggiati.

14 le moschee che non esistono piu’, 38 quelle danneggiate oltre a 2 chese e un cimitero.

lunedì 16 marzo 2009

Rachel Corrie

I’m here for other children.
I’m here because I care.
I’m here because children everywhere are suffering and because forty thousand people die each day from hunger.
I’m here because those people are mostly children.
We have got to understand that the poor are all around us and we are ignoring them.
We have got to understand that these deaths are preventable.
We have got to understand that people in third world countries think and care and smile and cry just like us.

We have got to understand that they dream our dreams and we dream theirs.
We have got to understand that they are us. We are them.
My dream is to stop hunger by the year 2000.
My dream is to give the poor a chance.
My dream is to save the 40,000 people who die each day.
My dream can and will come true if we all look into the future and see the light that shines there.
If we ignore hunger, that light will go out.
If we all help and work together, it will grow and burn free with the potential of tomorrow.


Fifth Grade Press Conference on World Hunger

By Rachel Corrie, aged 10 — 1990



di Marcello Sordo, Gaza

ll 16 marzo 2003 veniva assassinata Rachel Corrie all'età di 23 anni.


Era un'attivista dell'International Solidarity Movement (ISM), movimento pacifista che coraggiosamente svolge azioni di interposizione tra l'esercito israeliano e la popolazione palestinese.

Le loro attività sono molteplici per quanto sono numerose le vessazioni subite in Palestina: demolizioni illegali di case, attacchi militari e paramilitari contro contadini e pescatori, blocchi ai check point per feriti e partorienti, distruzione di uliveti e altre colture. Sono solo alcuni esempi delle condizioni di Aphartaid e di pulizia etnica procurate da Israele.

Rachel, mentre cercava di impedire la demolizione della casa di un farmacista, padre di cinque figli, è stata deliberatamente investita da un bulldozer a Rafah, a sud della Striscia di Gaza.

Domani alle h.16,30 si svolgerà la commemorazione della sua morte nella cittadina ai confini dell'Egitto, per ricordare il suo atto coraggioso e la sensibilità che la distingueva, rimasta impressa nei suoi numerosi scritti che ci ha lasciato.

Alcuni giorni fa ho avuto la fortuna di conoscere i genitori, persone squisite e intense quanto determinate a continuare l'impegno della figlia, che si sono recate nuovamente a Gaza, insieme alla delegazione Code Pink, per rompere l'assedio.

Intanto in Cisgiordania si vivono ore di apprensione per un altro militante del ISM, colpito da un lacrimogeno ad alta velocità (Rutger rifle) alla testa, ora in coma in una terapia intensiva di Tel Aviv. Tristan Anderson, di 37 anni, è stato colpito mentre dimostrava contro l'occupazione di terre palestinesi da parte degli israeliani, nel villaggio di Ni'lin. Un residente palestinese di Ni'lin è stato pure ferito alle gambe da armi da fuoco. In questo villaggio, nel 2008, sono stati uccisi quattro palestinesi, tra i dieci e i vent'anni di età, da armi da fuoco e rutger rifle.

Mentre si susseguono i summit internazionali, Gaza continua a essere un carcere a cielo aperto e la Cisgiordania pian piano scompare sotto la continua espansione delle colonie israeliane.

La Nakba, iniziata nel 1948, non ha fine.

Assediamo l'assedio.

http://rachelcorriefoundation.org/site/

domenica 15 marzo 2009

Le cliniche mobili

Le cliniche mobili sono ambulatori viaggianti che servono a garantire un minimo di servizi sanitari in zone particolari. In Africa vengono spesso usate per raggiungere le popolazioni nomadi, ritrose a presentarsi in ambulatorio. In Palestina la questione e’ diversa.
In Cisgiordania si possono trovare di frequente in quelle zone vicino alla Green Line, isolate dalla rete dei check point israeliani. Nella Striscia di Gaza tornano utili soprattutto dopo le scorribande dell’ esercito israeliano.
Spesso sono semplici tende dove si misura la pressione, si danno farmaci generici e si fa un check up della persona. A volte possono essere dei veri e propri Tir attrezzati per visite piu’ complesse. Durante il conflitto, magari, equipaggiati pure con attrezzature di cura intensiva per i feriti.
Tre di questi, appartenenti all’ Union of Healthcare Committees, sono stati distrutti durante un raid aereo il 5 gennaio. Erano parcheggiati all’interno della sede dell’UHC e le croci rosse, accompagnate dalla scritta “mobile clinic” non lasciavano dubbi sulla natura di questi mezzi.
Il dottor Raed Sabbah, consigliere dell’UHC, tramite Marcello, chi ha pregato di pubblicare il comunicato stampa del fatto:

Lunedì, 5 gennaio 2009-03-12

Attacco barbarico israeliano alle cliniche mobili e alla sede dell’UHCC

La scorsa notte alle 11, un F16 israeliano ha bombardato la sede principale dell’ Union of Health Care Commettes a Gaza city, colpendo le nostre tre cliniche mobili e un veicolo. Le tre cliniche mobili avevano appena finito di essere impiegate due giorni prima nel nord della Striscia di Gaza come ospedali da campo per alleggerire i carichi di feriti diretti agli ospedali veri e propri e rispondere alle continue incursioni israeliane nella Striscia di Gaza.

La Union of Health Care Committees considera questo attacco un crimine barbarico alle strutture sanitarie e una distruzione intenzionale delle infrastrutture mediche palestinesi.

Le tre cliniche mobili erano state comprate di recente ed allestite con strumenti ed attrezzature all’avanguardia, per un costo totale di circa $ 800.000. Servivano a raggiungere le zone piu’ marginalizzate e disagiate della Striscia di Gaza. Le cliniche erano state impegnate, durante gli attuali attacchi israeliani e l’invasione della Striscia di Gaza, ad aiutare a salvare quelle vite per cui Israele ha dimostrato di non avere alcuna pieta’ – uccidendo piu’ di 1300 persone e ferendone 6000 , ad oggi.

Anche la clinica di Gaza e’ stata danneggiata, così come alcune attrezzature. La clinica viene usata come centro di cure primarie a Gaza City e nel circondario, offrendo servizi medici specialistici.

Noi dell’ Union of Health Care Commettees vi chiediamo di divulgare la notizia di questo crimine senza precedenti. In una fase successiva porteremo Israele davanti alle corti internazionali.

Vi chiediamo ogni sforzo da parte vostra per fronteggiare uniti i barbari attacchi a Gaza e alle sue strutture civili.

Dr. Raed Sabbah.


Le tre cliniche mobili erano finanziate anche da DanChurchAid – www.danchurchaid.org- che ora ha intenzione di comprare almeno un nuovo veicolo per l’ area di Gaza.

sabato 14 marzo 2009

Prima bozza del progetto sanitario in Gaza


di Marcello Sordo, Gaza


I tempi sono maturi. La neonata associazione Urgenza Sanitaria Gaza è già in procinto di diventare adulta e di elaborare un valido progetto di formazione medico-sanitaria, per togliere dall'isolamento umano e di conoscenza un popolo ricco di vitalità e di voglia di crescita.

Siamo nati in gennaio, durante la furiosa aggressione sulla popolazione civile del più armato e tecnologico esercito, dopo gli Stati Uniti, che è costata la vita di oltre 1300 abitanti, dei quali oltre 400 bambini, e circa 6000 feriti, in larga misura gravi, mossi da una volontà civile e di base esausta di sentirsi complice di un susseguirsi di guerre che dal 1990 non hanno soluzione di continuità.

Dalla prima Guerra del Golfo, e successivo embargo che sono costati la vita di mezzo milione di bambini, nella terra che era la più progredita e laica di tutto il mondo arabo, lo smembramento sciagurato dell'unità nazionale jugoslava, che ha inventato un inutile quanto tragico conflitto etnico, fino alla costante espansione dell'Occidente in Medio Oriente che, dal 1948, non ha fatto che foraggiare regimi totalitari e smembrare un percorso civile laico e socialista panarabo, umiliandone l'identità e fomentando l'espansione di un utile fondamentalismo islamico, pari al crescente fondamentalismo nostrano, dai battisti americani all'ultimo dei papi, che mina la nostra tradizione laica e democratica, siamo afflitti dalla continua retorica di guerre umanitarie, peace-keeping portatrici di democrazia, lotta al terrorismo verso governi legittimamente eletti.

Secondo un ideale di Democrazia Partecipativa non possiamo più demandare ai nostri Governi un Universale bisogno di Pace. Non possiamo più far finta di credere che ci siano volontà istituzionali volte alla fine dei conflitti. Non possiamo più pensare che chi arma futuristi aeroplani per annientare popoli inerti o che solo conservano un orgoglio di resistenza, possano promuovere una cooperazione internazionale. Dobbiamo vigilare affinché i fondi e le risorse raccolte per sostenere le popolazioni vittime delle aggressioni non vengano deviate, attraverso ambigue fondazioni, verso gli aggressori.

Ci scusiamo per il corpo apparentemente politico del presente appello.
Reputiamo necessario condividere un sentimento umano che non strida con le intelligenze di tutti coloro che assistono ammutoliti a decenni di deriva democratica, degrado civile, violenza su ogni fronte divenuta ormai oscena e inaccettabile.

Confidiamo in una umanità che ormai ha acquisito i Diritti Fondamentali di pace, uguaglianza e felicità e che non è più disposta a vedere svuotate le proprie aspirazioni di democrazia.

Le centinaia di persone che si stanno presentando a Gaza da tutto il mondo, in solidarietà con il popolo palestinese, sono la dimostrazione che qualcosa di nuovo si sta muovendo e che alla globalizzazione pauperistica dei mercati si sta contrapponendo una nuova coscienza internazionalista della base, dalle genti del nostro pianeta.

E' già in atto una alternativa ai vari enti, fondazioni o istituzioni umanitarie, governative o non governative che siano, che ricostruiscono ciò che i loro partner distruggono, che spesso si confondono con le truppe occupanti, che disperdono risorse in strutture verticali e vertiginose, che prestano il fianco a giochi di intelligence , che protraggono progetti all'infinito non formando le popolazioni locali alla propria autovalorizzazione e autodeterminazione.

Le decine di delegazioni che in questi giorni hanno assediato l'assedio, che hanno fatto pressione al confine di Rafah, che hanno ridato fiducia all'opposizione al regime in Egitto, che hanno denunciato i crimini di Israele, che hanno riportato il sorriso ai giovani palestinesi, sono tutti frutti spontanei della base sociale e civile, sono espressioni di indipendenza e autonomia che crede in percorsi orizzontali di democrazia partecipativa.

Il centinaio di statunitensi, che in questi giorni hanno reso un po' più sicure le strade di Gaza, comunicano una volontà di giustizia del loro paese ben più ampia, rappresentano una base popolare non più ingenua e che, malgrado abbia dato un voto per un cambiamento epocale, vigila su un establishment ancora lontano dalle proprie
aspettative.

Aver lavorato quest'oggi con un Direttore Sanitario in Sala Operatoria che, malgrado il ruolo dirigente, aiuta lo staff a mobilizzare il paziente dal tavolo operatorio alla barella e mantiene un rapporto empatico e di cura con i pazienti è un grande insegnamento di vita e un ritorno a una umanità che rischia di andare persa, umanità che non deve essere più confusa con ipocriti umanitarismi, che denotano una vocazione razzista e di superiorità. Torniamo a essere umani, parafrasando Vittorio Arrigoni, e smettiamola con indecenti atti umanitari.

Nel settembre 2006, nella piazza del Parlamento di Beirut, tra la mostra agghiacciante di foto di bambini, donne, persone comuni, mutilate e carbonizzate, svettava un grande nero striscione: “Don't Help Us. Don't Kill Us”.
Mi pare che l'appello libanese sia esaustivo alla nostra tracotanza.
Anche allora, volere della sorte o della solerzia sionista nel fare i conti, ci furono 1300 morti in tre settimane di indiscriminati bombardamenti, macabra costanza.

Come associazione “Urgenza Sanitaria Gaza” ci impegnamo a mantenere la nostra originaria natura popolare e di base, legata ai movimenti che si ispirano a principi di democrazia partecipativa, di solidarietà e al rispetto alle diversità del Genere Umano.
Non escludiamo la collaborazione con enti e uffici istituzionali, regionali, nazionali e internazionali, ma con la determinazione a vigilare affinché si mantengano dei profili etici alti e con il proposito di denunciare politiche ambigue, inique o populiste, volte a confondere o manipolare l'opinione pubblica.

Nella nostra prima missione abbiamo identificato l'Ospedale Al Awda, inserito nella più vasta ONG “Union of Health Work Committee” (UHWC), come partner ideale per la sua storia all'interno della società civile palestinese, per la sua equidistanza nei conflitti tra fazioni intercorse, per la sua determinazione a resistere.

Dalle prime riunioni e dagli incontri informali avuti con lo staff medico e infermieristico è stata identificata l' esigenza di elaborare progetti formativi, impediti dagli anni di occupazione prima e dai venti mesi di assedio poi.
L'ospedale contiene un Pronto Soccorso, due Sale Operatorie, Dipartimento di Chirurgia, Ginecologia, Maternità, Poliambulatorio, un reparto di eccellenza di Endoscopia e ERCP (Endoscopy Retrograde Cholangiopancreato-scopy), unici nella Striscia. Il reparto di Terapia Intensiva, con sei letti con attrezzature nuovissime, è inutilizzabile in un'ala nuova della struttura ancora vuota, perché le Autorità Israeliane bloccano l'ascensore, sbarcato nel porto di Ashdod per donazione della Banca Mondiale, da oltre sei mesi.

Le priorità formative richieste riguardano, nel campo medico, endoscopia diagnostica e chirurgica, anestesiologia e medicina intensiva. Nel campo infermieristico: terapia Intensiva, Ferrista, Chirurgia ed Emergenza.
I progetti potranno svolgersi su un doppio binario: Specialisti che dall'Italia si recheranno ad Al Awda o personale medico e infermieristico che verrà ospitato in Italia da Istituti, Ospedali e Università su programmi formativi specifici.

C'è molto da lavorare, sperando nella collaborazione di qualche Autorità Italiana che si prenderà carico di un progetto che è ben più che umanitario.

Assediamo l'Assedio.

mercoledì 11 marzo 2009

Assediamo l'Assedio

di Marcello Sordo, Gaza

Inizia questa narrazione, testimonianza, diario di viaggio da una serata di giubilo.
Si potrebbe pure dire un diario di bordo, considerato che Gaza è un gigante di vita che alterna luce e oscurità, un satellite strappato dall'orbita della globalizzazione, un lembo di terra che si muove circondato dal nulla, uno spazio-tempo ignorato dal mondo fatto di atavici gesti gentili e sorrisi, calessi trainati da muli e cavalli ben nutriti, un infinito percorso di lotta, stretto nella determinazione di un popolo che dal 1948 resiste a una condanna, la Nakba.

In un viaggio a ritroso cercherò di ripercorrere i dieci giorni passati, da quando sbarcai al Cairo la domenica del primo marzo, insieme a due delegazioni italiane. Una medica, Comitato Medici Liguri per Gaza, e una politica, SOS Gaza, in tutto venti persone. Ognuno di noi lavorava da settimane per i rispettivi obbiettivi ma con l'intento comune di portare aiuti e solidarietà in Gaza.

Alle h.11,30 del 27 dicembre, 60 cacciabombardieri F16 in un solo minuto cacciarono 300 bombe sul pezzo di terra più densamente popolato del mondo, se mai Israele considera la Striscia appartenente al nostro mondo. Esattamente a quell'ora tutti i bambini e i ragazzi erano per le strade perché, per l'affollamento delle scuole, molte classi sono divise in due turni, mentre il primo inizia alle h.07,00 fino alle 11,30, il secondo dalle h.12,00 dura fino alle h.16,00.
La devastazione improvvisa, in una normale mattina assolata, ha colpito quando la città è mossa dal più alto affollamento, reso ilare dal chiasso festoso dell'infanzia che si muove tra le case e la scuola.
La “guerra dei bambini” era iniziata, e sarebbe durata senza interruzione fino alle h.14,00 del 18 gennaio 2009.

Ma torniamo al momento di giubilo che avevo promesso.
Ieri sera, tornando all'ospedale dove alloggio, ho incrociato tanti gruppi festanti per le strade, di gente che urlava e cantava, sventolando bandiere. Pensavo a una manifestazione di Hamas, viste alcune bandiere verdi agitarsi, ma l'amico Abel, mostrando un luminoso sorriso mi dice: “Galloway, Galloway!”. Allora notai un camion che trasportava un enorme gruppo elettrogeno. Accostato il pulmino e superato lo sbarramento al traffico della polizia, mi sono buttato tra la gente, tanti ragazzi mi abbracciavano e prendevano foto. La strada era lasciata libera all'ingresso di Gaza City per automezzi e autocarri che, a intervalli, giungevano tra le masse festanti. Ogni pulmino, corriera, ambulanza che sopraggiungeva era come una goccia di acqua in un deserto che si risvegliava, era un segnale sempre più intenso che negava l'isolamento. Nessuna squadra di calcio aveva vinto un campionato. Era un popolo che ritrovava i propri confini col mondo, sentiva cedere un feroce assedio, salutava mezzi portati in dono per il bene comune: pulmini per il trasporto pubblico, ambulanze, mezzi per i vigili del fuoco, ossigeno per una società civile con un cappio alla gola.
Una colonna di mezzi era partito venti giorni prima dalla Scozia alla volta di Gaza, attraversando Francia, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e mobilitando gli abitanti di tutte le regioni in atti di solidarietà, fino alle porte di Rafah, dove una politica brutale ha posto delle nuove Colonne d'Ercole, oltre le quali vorrebbero annichilire l'umanità che vi risiede. Alle porte di Gaza, sigillate dalle autorità egiziane da oltre venti mesi, in ossequiosa obbedienza ai diktat israeliani, era giunta alla fine una colonna di oltre 130 mezzi, accompagnata dallo storico deputato laburista George Galloway, ultimo tra i politici europei ancora mosso da principi ideali.

Durante la lunga settimana perduta tra le dune del Sinai, il confine di Rafah assumeva un aspetto surreale. Un grande cancello nero, sormontato da un arco dai profili egizi, era perennemente chiuso alle nutrite delegazioni internazionali. Intorno, la pianura brulla era segnata dalla povera agricoltura del Sinai e laggiù, tra le colture e gli arbusti, tutti noi immaginavamo fantomatici tunnel, unici accessi verso l'oltre.
Alcuni chilometri separano il confine dalla Rafah egiziana.
Un lungo rettilineo, tracciato tra le dune e un'arida campagna, ogni sera ci riportava al nostro albergo ad Al Arish. Ogni giorno uguale. Il timore che i 50 chilometri percorsi per raggiungere il cancello fossero inutili creava inquietudine nel gruppo, forse segnato dal primo giorno del nostro arrivo. Appena giunti dal Cairo, dopo circa sei ore di viaggio in un pulmino, ci siamo presentati al posto di frontiera e, mentre si presentavano i documenti forniti dall'ambasciata italiana al Cairo, tre forti detonazioni hanno mosso l'aria, laggiù ancora cadevano bombe. Alla sera i notiziari informavano della distruzione di una decina di tunnel.

Il summit internazionale che si era appena concluso a Sharm El Sheik ci aveva dato qualche esile speranza affinché venisse rotto l'assedio ma la realtà dei fatti dimostrava che, oltre al teatro mediatico della grande politica, rimaneva solo la determinazione degli aiuti umani che erano accorsi e la resistenza del popolo assediato.
Al secondo giorno di presidio, giovedì 5 marzo, le varie delegazioni si sono riunite. Ne facevano parte Gaza Delegation (USA), con una componente mista medica e politica, Medical International Surgical Team (UK), che portava con sé diciotto ventilatori meccanici di rianimazione, più 200 mila sterline di attrezzature ortopediche e la Association Medicale Franco Palestinienne (FRANCE).
Inoltre si attendeva l'arrivo di una delegazione di Code Pink, composta da sessanta statunitensi, tra cui i genitori di Rachel Corrie, uccisa da un caterpillar israeliano, di una nutrita delegazione spagnola e della lunga carovana con George Galloway.
Nell'assemblea che tenemmo, sotto il pergolato dell'unico store che lì davanti esisteva, tutti all'unanimità decidemmo di elaborare forme di lotta per creare una pressione alla frontiera, mantenendo un giusto equilibrio affinché fosse chiara la nostra determinazione ma senza esporci al rischio di venire cacciati, confidando pure sull'appoggio e solidarietà dell'opposizione politica egiziana, in parte socialista e comunista, che combatte la complicità di Mubarak con Israele.
Così si organizzò un presidio permanente anche nella notte, durante la quale si udirono dieci forti esplosioni, una delle quali particolarmente violenta oscurò il cielo.

L'ultimo giorno di presidio, venerdì, il posto di frontiera era mosso da un particolare fermento, piccoli gruppi arrivavano da ogni parte del mondo: tedeschi, giapponesi, irlandesi. Gli ufficiali della sicurezza dimostravano un interessamento, con continue richieste delle rispettive documentazioni e liste nominali delle delegazioni. Regnava l'incertezza generale e non si capiva se gli egiziani stessero giocando con noi, preparando qualche tiro mancino, o se effettivamente qualcosa si stava muovendo per entrare, certo è che entro il fine settimana ci saremmo trovati in centinaia a premere sul nero cancello.
Verso le h.18 ci annunciarono che tutte le delegazioni erano ammesse oltre il confine e che entro sera saremmo stati a Gaza. Solo a chi si era presentato come giornalista è stato negato l'ingresso (o l'uscita dal resto del mondo?), adducendo che avevano bisogno di ulteriori autorizzazioni dal Ministero dell'Informazione.

Eravamo in Palestina. Dopo saluti commossi ci siamo divisi dalle altre delegazioni e siamo stati accolti, negli uffici della polizia di frontiera palestinese, dai dirigenti del Ministero della Salute e del UHWC (Union of Health Work Committees), compreso il Direttore Generale dr Yousef Mousa.
Sui pulmini dell'ospedale Al Awda percorrevamo la Striscia. Poche centinaia di metri oltre il nero cancello e già il panorama era completamente mutato. Non più dune di sabbia e campi assetati ma qualcosa di rigoglioso e familiare si intravedeva nell'oscurità, qualcosa che sapeva di Mediterraneo, di casa.

Il tempo trascorso prima al Cairo è stato occupato prevalentemente dalle trafile burocratiche con l'ambasciata italiana, la quale ci forniva una documentazione per le autorità egiziane di frontiera, rivelatesi poi insufficienti. Nel mentre abbiamo visitato i primi feriti dai bombardamenti di Gaza, di cui allego gli scritti molto esaustivi dei medici appartenenti al Comitato Medici per Gaza, dr. Bianchetti, medico di famiglia di Varese e dr.ssa Laura Franceschini, neuropsichiatra di Imperia.

L'Ospedale palestinese di Mezzaluna Rossa - Il Cairo - Dr. Filippo Bianchetti

Dr. Filippo Bianchetti, 2 marzo 09

Le delegazioni Mediche e di Forum Palestina hanno visitato oggi l’Ospedale, ove attualmente sono ricoverati 17 feriti scampati al recente massacro di Gaza.

La dr.ssa Mai Aref, responsabile delle Pubbliche Relazioni, dopo averci simpaticamente accolto, ci ha spiegato che i 7 più grandi ospedali dell’Egitto hanno ricoverato 700 feriti provenienti da Gaza, di cui le autorità egiziane hanno deciso di farsi carico (impedendo però a queste persone di transitare dall’Egitto, attraverso il valico di Rafah, per essere trasportate all’estero, in Italia o in altri stati Europei o medio - orientali che volevano ospitarli; ndr).
La dr.ssa Aref ha ascoltato l’esposizione dei due progetti proposti da Forum Palestina, e nel rispondere ha quasi escluso che vi siano possibilità di realizzare il trasporto in Italia, per curarne le ferite, dei 40 bambini di Gaza cui la Regione Lazio offrirebbe cure gratuite nei propri ospedali.
La dottoressa ha garantito di poter fornire un elenco di 40 bambini candidabili, e dei loro accompagnatori, ma ha proposto che essi siano richiesti in Italia per cure diverse, come quelle riabilitative per i gravi traumi psichici subiti, perché in tal modo vi sarebbero maggiori possibilità di superamento degli ostacoli già descritti da parte delle autorità egiziane.
La dottoressa ha anche offerto il suo aiuto per favorire l’ingresso in Gaza del gruppo di sanitari italiani del progetto “Mente e Guerra” e “Urgenza Sanitaria“, facendo pervenire alle autorità egiziane una richiesta in tal senso da parte della Mezzaluna Rossa di Gaza stessa.

Siamo poi passati a visitare i reparti dell’Ospedale, accompagnati dal direttore sanitario della struttura, che ci ha fatto conoscere alcuni dei feriti ed i loro parenti, verso i quali ha mostrato un atteggiamento sempre molto partecipe e umano, oltre che professionalmente competente e corretto, permettendo che essi fossero ripresi ed intervistati dai membri del nostro gruppo.
Purtroppo la realtà che ci si è svelata era terribile: giovani uomini con gravissimi danni al cervello, o alla colonna, o viscerali, o amputati di uno o di entrambi gli arti inferiori; una piccolissima bimba di nome Dima in terapia intensiva (deceduta il giorno successivo) in coma per un trauma cranio-encefalico; un tredicenne che ha perso entrambi gli occhi ed è sempre più depresso e tormentato dal ricordo del trauma.
Tutti, se riusciranno a vivere e a recuperare una maggiore, per quanto precaria, stabilità, vogliono tornare al più presto con le loro famiglie, a Gaza.
Si manifesta nelle parole e negli atteggiamenti loro e dei loro parenti, una capacità di sopportazione grandissima, quasi inconcepibile.

L’Ospedale mostra dei reparti con standard ambientali ed attrezzature di discreto livello accanto ad altri spogli e degradati. Nonostante ciò pare essere in grado di fornire prestazioni impegnative, quali neurochirurgiche e di terapia intensiva.