venerdì 17 aprile 2009

LA BUONA CONVIVENZA

di Marcello Sordo, Gaza

Lunedì prossimo, dopo 37 giorni vissuti dentro l'ospedale Al Awda, mi trasferisco ad Al Jabalà, quartiere popolare tra la periferia di Jabalia e Gaza City. Sarò ospite di una cara famiglia che mi ha accolto con l'affetto e il calore che, dalle nostre parti, si è soliti riservare agli amici o familiari più stretti.
Il valore dell'ospitalità qua è un valore assodato e non sbiadito, appartiene ancora a concetti di sacralità che rendono la convivenza armonica e dinamica, nei gesti gratuiti di scambio che generano rispetto e alterità, dentro a rituali che sostengono una cultura sociale consolidata, ben oltre i mutevoli rapporti interpersonali.

Venerdì scorso, il giorno festivo nei paesi musulmani, ero a pranzo dalla famiglia. Abbiamo mangiato dell'ottimo Maftul, il locale Cous cous. E' ancora abitudine che si mangi tutti intorno al grande piatto farcito dalla pietanza, con grandi pezzi di carne al centro che si dividono e condividono con le mani, intorno piattini ricolmi di insalate, salse, olive e tutto ciò che fa venire in mente una dieta mediterranea. Per me hanno riservato un piatto a parte, per rispetto delle mie usanze europee, anche se sarei stato ben felice di mangiare in comune con i miei amici; però la cosa si è fatta divertente perché il ragazzino di 13 anni affianco, dagli occhi intensi e vispi tipici, continuava a riempirmi il piatto di cous cous, mentre la mamma e poi il papà mi allungavano pezzi di carne, con sorrisi dolci che invitano l'appetito.
Il rispetto delle usanze altrui è evidente in tante manifestazioni e la naturalezza nell'adempiere agli obblighi sociali e religiosi non mette mai in imbarazzo l'ospite.
Credo che uno dei più grandi insegnamenti che sto acquisendo risiede nella convivenza civile e nel rispetto dell'altro, non contaminato da alcun desiderio di redimere o educare chi è diverso ma con la semplice richiesta di essere rispettati nei propri precetti.
Un piccolo esempio l'ho avuto in taxi alcune sere fa. Nel caricare un nuovo cliente, l'autista ha interrotto un pezzo di musica popolare, pur non avendo avuto alcuna richiesta. Alla dipartita del cliente, l'autista ha riattivato la musica, niente male oltretutto. Da lì ho dedotto che il fugace avventore doveva essere un religioso e che al taxista non pesava affatto interrompere per un momento il suo piacere.
Durante il pasto la mamma mi ha raccontato che è tradizione che al venerdì una famiglia cucini per i vicini, così mi diceva che altre quattro famiglie si stavano gustando quella delizia, che così diventava ancora più gustosa.

Convivenza e rispetto, accoglienza delle altre culture, dall'osservazione mi vengono in mente letture in cui si parla di come cristiani ed ebrei abbiano vissuto inseriti in società musulmane, in pace per secoli. Mi viene in mente come circa 20 mila giudei vivano in Iran, malgrado Ahmadinejad venga accusato di antisemitismo ogni giorno dai Media Occidentali, penso alle culture diverse che sono state accolte per tanto tempo in seno alla cultura araba, ora sanguinante e umiliata. Penso alla società multi confessionale dominata da Saddam Hussein, laica e ricca di cultura, sapere, università, avanguardia del mondo arabo per professionisti, intellettuali, scienziati. Oggi arretrata di secoli in soli sei anni e dominata dal fondamentalismo religioso, con la propria intellighenzia sterminata o fuggita a causa di squadroni della morte di dubbia natura.
E ripenso alla Nakba, che ha spazzato una secolare convivenza dove poteva capitare che un Imam di una moschea fosse guardiano della chiesa e del monastero cristiano, all'interno dello stesso villaggio (Sirin, distrutta il 12 maggio 1948, insieme alla moschea, la chiesa e il monastero).


La buona famiglia

Il papà Abu Majed è alto e grande, austero e bonario, senza un filo di grasso mantiene la struttura di un atleta, in casa è premuroso con la moglie Halena, alla quale è sempre affianco nelle faccende domestiche. Halena è infermiera e lavora per le Nazioni Unite, come il marito. Con lei ci perdiamo in chiacchierate sulla professione, la famiglia, la vita, è apprensiva verso i figli come tutte le mamme del mondo, perché non esistono mamme che sognano il martirio dei propri figli, come una certa stampa salottiera e compiacente vuole far credere.
Le tre sorelle Majd, Shahed e Tamama, tra i diciannove e i sedici anni, sono tutte bellissime, piene di vita e di sogni, studentesse un po' giudiziose e un po' ribelli, come tutte le adolescenti del mondo inseguono la propria primavera, giocano con gli sbalzi di umore, godono e soffrono per la stagione romantica che le attraversa, tra lunghe telefonate e momenti perduti davanti a qualche telenovela.
Mohammad è l'ultimo della famiglia, di tredici anni, iperattivo insegue il mondo a cavallo della sua bicicletta piena di frange e colori, con dietro volante la bandiera di Palestina.
Majed è il mio amico che già da Genova conoscevo grazie alla tecnologia, skype, internet. Tutti strumenti che hanno aggiornato il Mondo sul dramma palestinese, sui crimini consumati dall'esercito israeliano durante i 22 giorni di terrore, che hanno mostrato bambini, donne, uomini freddati da una furia che considerava ipocritamente “nemico” tutto ciò che si muoveva, comprese ambulanze, animali, bandiere bianche e dell'ONU sventolanti.
L'orrore che ha mantenuto un milione e mezzo di persone perennemente dentro l'incubo di una roulette russa in cui chiunque, random, poteva essere ammazzato è uscito dalle libere pagine del web, dai resoconti dei volontari umani che avevano sfidato l'assedio per venire in soccorso a questa gente e, da sotto le bombe, informavano coraggiosamente il mondo insieme ai tanti fratelli palestinesi armati di macchine digitali per foto e video e di soli computer.
Majed ha vent'anni, il fratello maggiore della famiglia, ricurvo sotto il peso dell'inseparabile computer gira per Gaza a caccia del proprio futuro, si propone, progetta, vuole essere protagonista di una ricostruzione in cui pochi credono. Non sembra seguire una stirpe guerriera ma piuttosto, come un poeta, rimane sospeso tra un temperamento soave e un'adolescenza bruciata, estirpata, teso tra un istinto di fuga che gli fa sognare l'Europa, come la terra promessa dove non piovono bombe, e l'ambizione del sognatore che si vorrebbe prodigare per i bambini di Gaza, trascurando gli impegni all'università.

Una bella famiglia, una famiglia che si potrebbe considerare fortunata e di buoni principi. Una famiglia che conduce la propria lotta quotidiana con il lavoro, le buone maniere, la giusta educazione per i figli e che, tra le bombe, al buio, senza cibo né acqua, danzavano e ballavano in giro per la sala ammazzando il tempo, un lunghissimo tempo.

martedì 14 aprile 2009

Infermiere di Al Awda ferito durante i soccorsi

"soccorritori vestiti di bianco e d`arancio caricano un ferito sull`ambulanza, riconosco il mio amico, ritornano nell`oscurita` cercando qualcosa, le torce si muovono nervose, puntano nel buoio, un cadavere, iniziano gli urli, "via, via", sembrano dire in arabo, veloci tornano all`ambulanza come di fronte al demonio, allora iniziano gli spari, uno ... Visualizza altrodel gruppo cade, gli chiedo se e` lui, no si rialza e raggiunge il mezzo con i lampeggianti rossi e rassicuranti. Lui e` rimasto indietro, confuso tra la polvere che si e` sollevata, dove un elicottero (israeliano) l`ha colpito"

Dal Blog: Sguardi di Resistenza Desiderosi di Pace


http://www.facebook.com/video/video.php?v=61179004237&oid=46141342369

mercoledì 8 aprile 2009

COME CADONO LE BOMBE

di Marcello Sordo, Gaza

Può capitare che quando ci si corica un acuto ronzio sovrasta la testa, satura la camera, impedisce il sonno come una zanzara, una metallica zanzara.
Ci si affaccia alla finestra ma l'oscurità non rivela niente, si guarda ai generatori di elettricità che Giustificarispondono muti, perché in quel momento, come per grazia ricevuta, la corrente è fornita dalla centrale elettrica di Israele.
Ci si ricorica e viene in mente la televisione satellitare a tratti disturbata e inguardabile per le interferenze che rendono l'immagine cubiforme o un giorno in cui un amico segna il cielo e chiede: “Senti il rumore? Sono sopra di noi ora, capita tutti i giorni”.
La permanente esposizione di Gaza ricorda il collo caldo e palpitante di una preda, con tutta l'eleganza e grazia di certi animali che, negli spazi aperti, mantengono una costante attenzione, mentre godono dei frutti della natura circondati da cuccioli, unico slancio in avanti ed espressione di un futuro per chi un futuro non ha.

ZENANA
Majed è un mio collega, lavora in chirurgia e parla un buon inglese. E' alto, robusto; baffi e reyban fanno venire in mente il Messico ma l'esuberanza giovanile mi riporta a “happy days”. Da un po' mi invita a casa sua, per pranzo, a conoscere la famiglia. Il suo invito si associa a tanti altri ed è difficile onorarli tutti, perché l'ospitalità è veramente incredibile e un invito a pranzo è roba seria da queste parti, prende tutta la giornata, un po' come in giro per la Calabria e la Sicilia.
Decidiamo di fare una passeggiata per Jabalia Camp dopo il lavoro, visto che lui è della zona. Come ogni abitante del Mediterraneo si parte dal cibo, così mi accompagna nel miglior ristornate dove mangio un ottimo shoarma, pollo arrotolato nel pane arabo e condito con salsa di yogurt; lui preferirà più avanti un panino ripieno di fegatini e cipolle alla piastra, venduto in carretti sulla strada da simpatici fattori. Mentre si parla di cucina mediterranea mi indica le rovine intorno alla piazza: una caserma della polizia sulla destra, un palazzone in cui c'era qualcosa di Hamas sulla sinistra.
Ci dirigiamo verso “Al-Assria”, un centro culturale per bambini e adolescenti gestito dalla UHWC, la Ong di Al Awda. Prendiamo la strada opposta al centro culturale e ci immettiamo dentro una fitta rete di vicoli pieni di umanità, tipici di Jabalia Camp e della maggior parte dei campi profughi palestinesi in Medio Oriente. Majed mi sta conducendo a vedere le case perdute da due suoi parenti.
Pare naturale che quando qualcuno ha delle ferite profonde le voglia mostrare o, forse, le voglia denunciare a un mondo esterno che appare assente.

Troviamo in una traversa a destra quello che dovevano essere tre palazzi.
Del primo, che era di cinque piani, da un lato si può toccare il tetto salendo su uno sgabello. Ci abitava lo zio, della famiglia Abuwad, insieme ad altre sette famiglie.
Per una manciata di minuti hanno evacuato la casa prima che venisse abbattuta, insieme al palazzo affianco e la terza casa. Tuttavia ci sono stati quattro feriti e un ragazzo di 18 anni è morto nella fuga, schiacciato da un pilone.
Alle ore 20 di quella sera un vicino si mette a urlare ai dirimpettai dei palazzi che saranno colpiti. Ha sentito un botto e visto il fumo uscire dal tetto della prima casa.
L'unico avvertito del pericolo sbraccia e allerta dalla finestra, è una fortuna che, mentre le famiglie erano affaccendate nelle questioni domestiche, ignare, tra vociare di bambini, televisioni accese, musica o che altro, il vicino sia riuscito a mettere tutti in fuga. Dal primo botto, che non era stato avvertito dagli abitanti colpiti, passano appena cinque minuti che gli F16 dal cielo mandano tutto il loro carico di morte a spazzare via ogni traccia dell'esistenza che aveva riempito quelle case.

Si chiamano candidamente “warning bomb”, quelle cacciate pochi minuti prima dai droni, aerei senza pilota che sorvolano continuamente la terra di Gaza come predatori attenti, con inserita un'alta tecnologia programmata per puntare le prede, mandano un ronzio metallico dal cielo e creano interferenze, qua vengono chiamate in modo familiare “zenana”.
Lo scopo è di rivelare l'obiettivo agli F16 e dovrebbero avvisare gli occupanti dell'imminente distruzione. Purtroppo la frazione tra la bomba di avviso e la distruzione totale è di pochi minuti, tra i tre e i dieci, e il colpo nel tetto spesso non viene percepito dagli abitanti: colti nel sonno, attorniati da bambini, immersi nella vita quotidiana.

Saliamo nel secondo palazzo, è ancora in parte praticabile ma ogni parete è squarciata come un abito che espone un corpo violentato. Intorno resti di vita fanno immaginare la fuga precipitosa di quella notte: vestiti di donna, di uomo, di bambini, si confondono tra i detriti. Dei ragazzi ci accompagnano nel viaggio spettrale, volti sorridenti e ospitali, assuefatti dalle macerie che nascondono migliaia di altri volti.
Dal piano superiore attraversiamo una voragine che ci porta sul tetto del primo palazzo, da sopra mi rendo condo della vastità che occupa il palazzone distrutto, restituendo l'idea del perimetro originario.
Mi indicano un buco di circa cinquanta centimetri: la traccia lasciata dalla zenana.
Questa volta la fortuna ha voluto che non ci fosse gente nel solaio.
Intorno mi accorgo che la distruzione è ben più ampia e, interrotte da giardini e da orti, tra i vicoli stretti sono molte le case sventrate.

Riprendiamo il corso dei vicoli: abbandoniamo macerie per attraversare macerie e raggiungere nuove macerie. Intorno ferite di interni rivelano l'intimità di vite private: armadi, culle, cucine, serramenti nuovi ormai desolati, resti di impianti costruiti a norma.

Cumuli di macerie sono scaldate da un fuoco attorniato da profughi che preparano il tè. Una numerosa famiglia è riunita sulla strada, davanti ai resti della loro esistenza.
Più in là Majed mi mostra nuovi resti, dove prima c'era una casa di due piani, quattrocento metri quadri, cinque appartamenti; il verde sul tetto afflosciato rivela gli avanzi di un giardino curato.
In questa casa la “warning bomb”, oltre a non svolgere la propria funzione di avviso, ha centrato in pieno un bambino di tre anni.
I bambini accampati di fronte alle spoglie hanno ora un amico in meno. Dalla casa vicina esce un ragazzo sulle stampelle, Karam, era un residente, ora è profugo ospite con la famiglia dai parenti vicini. Profugo due volte, prima dalla terra originaria divenuta Israele, poi bombardato dallo stesso potere che cacciò i suoi avi. Viene seguito dal resto della famiglia, racconti di disastri narrati da occhi che sorridono bevendo caffè.

LA MAMMA DI MAJED
Infine ci dirigiamo a casa di Majed, sobria e spaziosa ha fuori un profumato giardino.
La mamma ci accoglie con un bel sorriso, dietro una montatura ovale di metallo due occhi vispi, che brillano, di chi ne ha viste tante ma è soddisfatta, due guance tonde e rosate completano un quadro di simpatia bonaria ma attenta.
Si uniscono con noi un cugino e una zia, sfollati dalle case visitate.
Come tutti hanno voglia di parlare, raccontare le sofferenze di Gaza, uscire dal recinto che li rende invisibili, nella speranza che una testimonianza straniera, non condannata a una costante detenzione, possa far evadere la loro voce.
Traspare sempre un'identità collettiva nelle loro parole: le distruzioni, i crimini subiti, le terre espropriate lungo i confini, i contadini uccisi mentre lavorano la propria terra, i pescatori bersagliati ai quali viene impedito di pescare, le speculazioni edilizie in cui gli israeliani, in un paradosso kafkiano, guadagnano sulla ricostruzione di ciò che distruggono, gli oltre 11 mila prigionieri politici, l'embargo, l'ingiustizia, la paura continua per ogni civile identificato come un nemico, l' incubo di essere palestinese nella frase che sento dire da tutti: “ci voglio distruggere, ci vogliono tutti morti”.
Chiedo alla mamma cosa è cambiato dal passato e come vede il futuro e risponde: “faremo la fine di Hiroshima, come in Giappone”.

61 ANNI DI BOMBARDAMENTI DA CIELO
da “La pulizia etnica della Palestina”
di Ilan Pappe
“Da Luglio [1948] in poi gli aerei furono usati in modo spietato nelle operazioni di pulizia etnica per costringere gli abitanti dei villaggi a un esodo di massa e colpirono indiscriminatamente chiunque non fosse in grado di ripararsi in tempo. [...]
Al-Hajj Abu Salim aveva 27 anni e una figlia adorata, quando il villaggio (Suffuriyya) fu preso. Sua moglie aspettava un altro figlio e lui ricorda la calda casa di famiglia con suo padre, uomo gentile e generoso, uno dei più ricchi contadini del villaggio. Per Abu Salim la Nakba iniziò con la notizia della resa di altri villaggi. “Quando la casa dei tuoi vicini è in fiamme incomincia a preoccuparti” è un noto detto arabo che esprime l'agitazione e la confusione degli abitanti dei villaggi nel mezzo della catastrofe.
Suffuriyya fu uno dei primi villaggi che le truppe israeliane bombardarono dal cielo. In luglio molti altri sarebbero stati terrorizzati in questo modo, ma in giugno era ancora evento raro. Le donne atterrite afferrarono i bambini e velocemente cercarono riparo nelle vecchie caverne lì intorno. Gli uomini prepararono i loro rozzi fucili per l'inevitabile attacco.[...] Il bombardamento aereo fu seguito dall'attacco di terra, non solo al villaggio ma anche alle caverne. “Le donne e i bambini furno subito trovati dagli ebrei e mia madre fu uccisa dai soldati”, raccontò a un quotidiano 53 anni dopo.”

Da allora questa cronaca non ha più avuto interruzioni e si ripete nelle dinamiche per quello che Poppe nel suo testo storico accurato dimostra: una pulizia etnica che la Comunità Internazionale continua a ignorare.

domenica 5 aprile 2009

UNA FLOTTA DI AQUILONI


di Marcello Sordo, gaza

30 marzo.

Oggi ho bigiato la mattina di lavoro al Pronto Soccorso di Al Awda Hospital.

L'amico Majed, dirigente dell'Unione dei Giovani Progressisti, mi aveva invitato alla loro manifestazione per il “Land Day”, conosciuta in arabo come “Youm Al-Ard”.

La “Giornata della Terra” è ricordata da tutti i palestinesi in Israele, nei Territori Occupati e in tutti i campi profughi disseminati in Medio Oriente.


Il 30 marzo 1976 ci fu uno sciopero generale nelle città arabe della Galilea, in risposta all'annuncio del Governo israeliano della confisca di migliaia di ettari di terra palestinese. La giornata di manifestazioni pacifiche si concluse con l'intervento di carri armati e costò la vita di sei palestinesi, il ferimento di altri 96 e l'arresto di oltre 300 manifestanti.

Le Autorità Israeliane confiscarono 5.500 ettari di terra e dichiararono tutti i villaggi e le città palestinesi come territori chiusi e soggetti a occupazione militare e coprifuoco. Tutte quelle terre sono oggi occupate da insediamenti israeliani illegali.

Dal 1967 Israele ha confiscato più di 750 mila acri di terra palestinese, la maggior parte della quale per fare spazio a nuove colonie e per costruire strade di accesso alle colonie stesse a solo uso esclusivo dei coloni ebrei, ulteriore fattore di esclusione e di Apartheid. Dal 1948 ben l' 85% delle terre appartenute a palestinesi sono state confiscate, molte delle quali portate via agli oltre 800 mila profughi che allora vennero cacciati.


Majed è in testa alla manifestazione in cordone con gli altri quadri, alcuni dei quali reduci dalle prigioni israeliane. Il corteo che segue è molto colorato anche se mostra una certa disciplina e ordine nella formazione. Due ali del corteo sono formate da colonne di ragazzi armati di scudi di carta, con i colori della bandiera e mossi da frange, alcuni con il disegno della chiave al centro, simbolo del ritorno alle proprie case per gli attuali oltre 4 milioni e mezzo di profughi; in testa un ragazzo con il viso dipinto porta uno scudo rosso, a simbolo del Fronte Popolare di Liberazione. Tutti hanno bande rosse annodate intorno alla fronte, chi al braccio, a esprimere un'attitudine guerriera e fiera, a ricordare una iconografia indiana, di chi lotta per la propria terra e autodeterminazione.

Abbiamo sfilato per il centro di Gaza, oltre l'ospedale Shifa che ha accolto il più alto numero di feriti durante l'ultimo attacco (1180 casi). Siamo passati sotto il Parlamento disintegrato, malgrado l'enorme mole della struttura collassata su se stessa. Sfugge il senso di bombardare il parlamento, improbabile rampa per qassam di latta, da parte di un paese che usa la retorica della democrazia per seminare guerre.

Abbiamo seguito il lungo Corso, accompagnato al centro da giardini fioriti e curati, ricco di alberi e piante, all'ombra dei quali i cittadini sono soliti riunirsi e spendere il proprio tempo libero. Ai lati la varietà dei negozi non fa pensare a una città sotto assedio e la quantità delle merci esposte invita a una più attenta analisi sull'impatto dell'embargo e sull'importanza dei tunnel.

Il Corso, che declina verso il mare, per la struttura e l'animosità ricorda le Ramblas spagnole, che non a caso derivano il proprio nome dall'arabo Raml, ossia “sabbia”, a indicare una strada che ricopre il letto di un fiume.

Passati oltre un grande manifesto con l'immagine dello storico Presidente Arafat, che stranisce per il potere consolidato di Hamas nella Striscia e la conseguente cacciata di Fatah, arriviamo davanti alla Stazione di Polizia di Saraja, rasa al suolo dagli F16 il 27 dicembre con dentro una massa di cadetti mentre venivano addestrati.

Il lungo Corso si chiama Omar Al Makhtar Street, in ricordo del valoroso partigiano, conosciuto anche come il Leone del Deserto, che tra il 1911 e il 1931 combatté contro l'occupazione italiana in Libia. Proseguirebbe verso il quartiere centrale di Saha, colorato suk di Gaza City che ospita un elegante Municipio, ma il corteo si ferma per essere caricato su dei pullman.

Ci si sposta verso la famigerata Linea Verde.


Attraversiamo Ash Shuja'ieh, un popoloso quartiere a est, nel traffico dell'ora di punta. Sempre più a est arriviamo alle ultime case intorno a un grande spiazzo.

Dopo una distesa di campi, resi impraticabili dai cecchini israeliani, c'è Israele, con i suoi alberi,da questo lato estirpati dai tanks.

Il precedente corteo si trasforma in una festa, ragazzi iniziano a correre in cerchio sventolando bandiere rosse, un pulmino, con gli amplificatori montati sul tetto, manda musica di lotta e di patria, i ragazzi con gli scudi di carta prendono posizione, studiano il vento, iniziano a tendere corde dagli scudi che, vibranti, prendono il volo.

Su, nel cielo, danzano le frange, i colori della Palestina, sopra ogni altro aquilone quello rosso, come a mandare un segno di speranza e di estrema libertà, oltre le rappresentazioni nazionali per un bene comune oltre ogni frontiera, oltre ogni razzismo.


Al ritorno vengo assalito dai ragazzi del pullman, la festa prosegue fino alla loro sede, mi chiedo la mail, il telefono, ci facciamo foto abbracciati, mi chiedono cosa si dice in Europa del dramma palestinese, dei crimini contro loro commessi. Domande a cui è sempre difficile rispondere. La follia di questo totale isolamento dal resto del Mondo li mantiene in una perenne tensione verso l'esterno, una vitale tensione frustrata da anni.


Con Majed, suo fratello e altri due amici ci spostiamo verso la spiaggia per andare a mangiare. Con loro Basel, è alto ed elegante, un franco sorriso rivela una persona riflessiva, è tornato da sei mesi, dopo due anni di prigionia in Israele. La giornata è già stata piena di avvenimenti, così ci promettiamo un prossimo appuntamento, in cui mi parlerà della sua esperienza, dalle prigioni israeliane che accolgono oltre 11 mila prigionieri politici.


Sulla spiaggia ci accomodiamo sopra un barcone arenato sulla sabbia fine, un vecchio peschereccio. Mangiamo riso con pollo alle mandorle, una delizia. Un normale pomeriggio al sole di primavera di ragazzi che vivono affacciati sul Mediterraneo.

Ma dal mare arrivano i colpi sordi, sparati contro i pescatori che non possono superare le tre miglia.


Oggi il senso di accerchiamento è completo.


Assediamo l'assedio.




giovedì 2 aprile 2009

LE FOTO DI "TIRO AL PICCIONE"

Abbiamo ricevuto da Marcello le foto che accompagnano la lettura del post TIRO AL PICCIONE. Le abbiamo organizzate qui: http://picasaweb.google.com/urgenzasanitariagaza/IlTiroAlPiccione#
Buona visione